sabato 6 luglio 2013

hai fatto sì che potessi impazzire d'amore ogni mattina quando la tua carne viene in me per divorare la mia, quando il tuo sangue entra nelle mie vene per bruciare il mio e per trasformare tutto il mio essere nel tuo.


EUCARESTIA

"Ecco, l'Eucarestia!
Mamme,
quando avete messo al mondo un figlio
e lo avete stretto forte forte la prima volta fra le braccia,
quali parole gli avete detto?
"ti mangio tutto"!
Perchè grande è stato il vostro desiderio di riprenderlo,
di riformare una sola carne,
in un immedesimarsi sostanziale di un amore consumante.
Questa è l'Eucarestia!

Ciò che noi poveri uomini, Signore, non possiamo fare, tu lo hai fatto.
Noi vorremmo dare il sangue, la vita,
vorremmo morire, consumarci, rinascere, risuscitare, morire ancora...
ma non possiamo farlo;
tu invece, Dio di ogni cosa,
hai creato l'universo perchè questo fosse
e hai fatto sì che potessi impazzire d'amore ogni mattina
quando la tua carne viene in me per divorare la mia,
quando il tuo sangue entra nelle mie vene per bruciare il mio
e per trasformare tutto il mio essere nel tuo.
Ecco la comunione!

Non voglio sapere Signore, come fai:
che me ne importa?
Non me lo dire...
Se no quasi perderei tutta la poesia e la bellezza dei nostri incontri.
Tu me l'hai già detto "la mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda".
A me che me ne importa del resto?
Io che non capisco come funzionano le forze elettro-magnetiche dentro un atomo..
io che non so neanche cosa vuol dire un fotone...
Io che non so come si comporta la luce
e se in essa prevale la natura ondulatoria o corpuscolare...
No, che posso capire di te, diventato umile pane?
vedi, incontrarti per strada può essere bello,
ma come faccio ad abbracciarti?
Mi vedono tutti e poi come faccio a tornare a casa ...
ad andare in ufficio...
e quando ti ho abbracciato?
Beh, un momento ti ho stretto al mio cuore..
poi è finito! Invece così..
nel silenzio della mattina!
Tu ti nascondi, sei là..
tutto vero!
In quell'ostia bianca non c'è nulla che non sia te!
quegli atomi, quelle molecole
che a me sembrano dal di fuori molecole e atomi e cellule di pane, sono Te.
Vedi che sono?
E' inutile che ti nascondi, io lo so.
Ed è soltanto così che puoi entrare della mia bocca,
puoi entrare nel mio cuore,
prendere pezzetto per pezzetto nella mia carne e crogiolarmi nell'amore tuo,
di modo che incantati in questo abbandono neppure gli angeli possono sapere
se sono io o sei tu, e sei soltanto tu!
E' così in adorazione
che io scompaio in te e gli angeli adorano me.
Grazie Signore:
diventato Padre Figlio e Spirito Santo!
e quella carne
che è dentro di me
e quel sangue
che è dentro di me
e il sangue formati dal cuore della mamma tua.
Vive dentro di me la carne e il sangue di Maria.
Ho tutto il paradiso!
Grazie, Signore Eucarestia!
Enrico Medi

venerdì 5 luglio 2013

possa esperimentare la più grande delle gioie che è quella del donare e del donarsi


Credo in Dio, e credo nell’uomo come immagine di Dio.

Credo negli uomini, nel loro pensiero,
nella loro sterminata fatica
che li fa essere quello che sono.

Credo nella vita come gioia e come durata:
non prestito effimero dominato dalla morte
ma dono definitivo.

Credo nella vita come possibilità illimitata
di elevazione e di sublimazione.

Credo nella gioia: la gioia di ogni stagione, di ogni tappa,
di ogni aurora, di ogni tramonto,
di ogni volto, di ogni raggio di luce
che parta dal cervello, dai sensi, dal cuore.

Credo nella possibilità di una grande famiglia umana
quale Cristo la volle:
scambio di tutti i beni
dello spirito e delle mani, nella pace.
Credo in me stesso, nella capacità che Dio mi ha conferito
perché possa esperimentare
la più grande delle gioie
che è quella del donare e del donarsi.
(P.Giulio Bevilacqua, Credo).

Giulio Bevilacqua era nato a Isola della Scala (Verona), il 14 settembre 1881, ultimo dei dieci figli di Carlotta Oliari e di Matteo, commercianti provenienti dalla trentina Val di Ledro. Trasferitosi con la famiglia a Verona, prese parte attiva alla vita della locale comunità cristiana e alle lotte sociali del tempo. Dopo essersi laureato a Lovanio in Belgio con una tesi sulla legislazione operaia in Italia, entrò tra i Filippini, a Brescia, e fu ordinato sacerdote nel 1908. Prese a svolgere la sua attività di apostolato soprattutto tra i lavoratori e gli studenti, insegnando col Vangelo la consapevolezza dei propri diritti di uomini e di cittadini. Inviato al fronte durante la Grande Guerra, al servizio di soccorso ai feriti, ne fu profondamente segnato. Definì la guerra: “crisi di dignità, notte di miseria umana, follia e abisso di dolori, è un inferno inutile”. La denuncia più dura l’avrebbe riservata, solo pochi anni più tardi, al fascismo, denunciato come dottrina che stravolge ogni valore, pratica violenta, dittatura civile, e forza anticristiana, con cui è impossibile venire a patti. Per sfuggire al fascismo, si rifugiò in Vaticano, ove rimase dal 1928 al 1932, stringendo una profonda amicizia con mons. Montini, il futuro Paolo VI. All’entrata dell’Italia in guerra, nel 1940, pur denunciando la scelta sciagurata del Paese come “apostasia da Cristo” decise di partire per il fronte, come cappellano, per condividere le condizioni dei suoi giovani. Tornato a Brescia, alla fine della guerra, si dedicò alla predicazione e all’approfondimento della pastorale liturgica, ma soprattutto alla cura pastorale dei più poveri nel suo quartiere di periferia. Chiamato a Roma per far parte della Commissione preparatoria del Concilio Vaticano II, fu creato, nel 1965, cardinale. Accettò a condizione di poter restare come parroco tra la sua gente. Il Venerdì santo di quello stesso anno si sentì male in chiesa. Celebrò l’ultima messa con i suoi fedeli nel giorno di Pasqua. Morì il 6 maggio 1965, mentre pregava la Salve Regina.

giovedì 4 luglio 2013

Non arrendersi a questa “civiltà” così sottilmente e violentemente ravvolgente e coinvolgente, è già lotta e realmente nel concreto lotta dura, logorante.

Sopravvivere oggi,
nella realtà del mondo nel quale viviamo,
non è miracolo di poco conto.
Sopravvivere, s’intende, come uomini liberi,
dove la libertà è possedere una propria identità personale e
cioè pensieri che nascano dal se stesso,
ideali raccolti nel cuore,
trasparente possibilità di traduzione concreta di progetti sognati in fondo all’anima,
il non rischiare con la necessità di essere venduti o comprati a prezzo sonante
da questo o quel personaggio dalla voglia di accumular quattrini o
dal prurito di carriere più o meno politicizzate...
Ma l’esemplificazione del come è possibile perdere se stessi e
cioè la propria verità e autenticità,
è equivalente all’inesauribilità dei tentativi e dei mezzi
a disposizione per la sopraffazione, lo sfruttamento, la strumentalizzazione,
di cui il “progresso”, la civiltà di questo nostro tempo, sovrabbonda.
Non arrendersi a questa “civiltà” così sottilmente e violentemente ravvolgente e coinvolgente,
è già lotta e realmente nel concreto lotta dura, logorante.
Tutto un rapporto di resistenza e non soltanto passiva ma attiva,
capace cioè d’inventare e di render vita vissuta,
una alternativa di pensiero, di cultura, di esistenza diversa e nuova,
questa resistenza è lotta, spesso conflittuata, sempre cocciutaggine di convincimento assoluto,
identificabile con il se stesso, con la spiegazione della propria vita.
Di questa lotta il cristiano (la Chiesa) dovrebbe essere esemplificazione,
riferimento visibile,
come “la città situata sulla cima della montagna”,
direbbe Gesù
o come “la luce accesa da illuminare tutta lo casa” direbbe ancora.
Perché il Cristianesimo è progetto di umanità immaginato dal Cuore di Dio
e “fatto carne” e storia in Gesù Cristo.
È chiaro che non può andare d’accordo con il “mondo”.
Perché il Cristianesimo (e quindi la Chiesa)
di per se stesso, per natura sua
e per l’essenzialità della sua missione nella storia dell’umanità,
è una lotta. Una lotta di respinta. Una lotta di resistenza.
Una lotta per l’alternativa.
Una lotta implacabile, come è implacabile l'amore.
Una lotta che coinvolge il Cielo e la Terra come il Mistero di Dio.
(Sirio Politi, Riscoprire la lotta).

mercoledì 3 luglio 2013

prende a pietà la nostra debolezza, si china sulla nostra rovina e non può sopportare che la morte domini su di noi

Il Verbo di Dio ha compassione della nostra razza,
prende a pietà la nostra debolezza,
si china sulla nostra rovina e
non può sopportare che la morte domini su di noi.
Perché non vada perduta la sua creatura e
non diventi vana l’opera compiuta dal Padre suo nei riguardi degli uomini,
si assume un corpo e un corpo non diverso,
ma simile al nostro.
E poiché noi tutti siamo soggetti alla corruzione della morte,
Cristo abbandona il suo corpo alla morte al posto di noi tutti, e
nel suo amore per l’umanità, lo offre al Padre.
Così, poiché tutti muoiono in Lui,
la legge che assoggetta gli uomini alla distruzione è abrogata,
dato che essa ha esercitato ogni suo potere sul corpo del Signore e
non può più essere applicata agli uomini suoi simili.
Cristo riconduce dunque all’incorruttibilità gli uomini caduti nella corruzione e
li richiama alla vita.
Appropriandosi un corpo e
facendo loro dono della risurrezione,
distrugge in essi la morte come la paglia si dissolve nel fuoco.
Prende un corpo mortale, perché, divenuto partecipe della supremazia del Verbo,
esso possa esaurire la morte al posto di tutti.
Grazie all’inabitazione del Verbo,
tale corpo rimarrà incorruttibile e
porrà fine alla corruttibilità dando a tutti la resurrezione.
Infatti, l’immortale Figlio di Dio,
unito a tutti gli uomini per la sua somiglianza con essi,
può a buon diritto rivestirli tutti di immortalità
con la promessa della risurrezione.
(Sant’Atanasio, Sull’Incarnazione del Verbo, 8-9).

martedì 2 luglio 2013

Di buoni pastori, ‘pastori’, ecco di che ha bisogno il gregge.

La vista della folla, che nei suoi discepoli,
forse, suscitava avversione, ira o disprezzo,
riempiva il cuore di Gesù di profonda misericordia e afflizione.
Nessun rimprovero, nessuna accusa!
Il popolo amato da Dio giaceva oppresso a terra
e la colpa era di coloro che avrebbero dovuto rendere loro il servizio divino.
Non ne erano causa i Romani,
ma il cattivo uso della Parola di Dio
da parte dei servitori della Parola.
Non c’erano più pastori!
Un gregge che non viene più condotto alla fresca sorgente,
che non viene dissetato,
pecore che il pastore non protegge più dal lupo,
strapazzate e ferite, spaventate e atterrite sotto il duro bastone del loro pastore, prostrato a terra:
ecco come Gesù trovò il popolo di Dio.
Domande senza risposta,
pena senza aiuto,
scrupoli di coscienza senza liberazione,
lacrime senza consolazione,
peccato senza perdono!
Dov’era il buon pastore di cui questo popolo aveva bisogno?
Che serviva se c’erano scribi che costringevano duramente il popolo a frequentare le scuole,
se gli zelanti difensori della legge condannavano severamente i peccatori senza aiutarli?
A che servivano i predicatori e interpreti della Parola di Dio con la loro giusta fede se non erano afferrati dalla misericordia e dal dolore per il popolo di Dio oppresso e sfruttato?
A che servono scribi, gente ligia alla legge, predicatori, se mancano i pastori della comunità?
Di buoni pastori, ‘pastori’, ecco di che ha bisogno il gregge.
“Pasci le mie pecore” è l’ultimo incarico affidato da Gesù a Pietro.
Il buon pastore combatte per il suo gregge contro il lupo;
il buon pastore non fugge,
ma dà la sua vita per le sue pecore.
Conosce per nome tutte le sue pecore e le ama.
Conosce i loro bisogni, le loro debolezze.
Guarisce ciò che è ferito, disseta ciò che è assetato, solleva ciò che sta per cadere.
Le pasce con gentilezza e non con durezza.
Le guida sulla giusta strada.
Cerca la pecora smarrita, anche se è una sola, e la riconduce al gregge.
I cattivi pastori, invece,
dominano con violenza,
dimenticano il loro gregge e
si interessano solo della propria causa.
Gesù cerca dei buoni pastori, ma non ne trova.
(Dietrich Bonhoeffer, Sequela).

lunedì 1 luglio 2013

Quale origine del sogno, se non il tuo orecchiare al suo cuore, o bontà onnipotente, che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare, e di tutti come di ciascuno?

Ma tu stendesti la tua mano dall’alto
e traesti la mia anima da un tale abisso di tenebre,
mentre per amor mio piangeva innanzi a te mia madre, tua fedele,
versando più lacrime di quante ne versino mai le madri alla morte fisica dei figli.
Grazie alla fede e allo spirito ricevuto da te essa vedeva la mia morte;
e tu l’esaudisti, Signore.
L’esaudisti, non spregiasti le sue lacrime,
che rigavano a fiotti la terra sotto i suoi occhi dovunque pregava.
Tu l’esaudisti:
perché, da chi le venne il sogno consolatore,
per il quale accettò di vivere con me e avere con me in casa la medesima mensa,
che da principio aveva rifiutata per avversione e disgusto del mio traviamento blasfemo?
Le sembrò, dunque, di essere ritta sopra un regolo di legno,
ove un giovane radioso e ilare le andava incontro sorridendole,
mentre era afflitta, accasciata dall’afflizione.
Il giovane le chiedeva i motivi della sua mestizia e delle lacrime che versava ogni giorno,
più con l’intento di ammaestrarla, come suole accadere,
che d’imparare;
ed ella rispondeva di piangere sulla mia perdizione.
Allora l’altro la invitava, per tranquillizzarla,
e la esortava a guardarsi attorno:
non vedeva che là dov’era lei ero anch’io?
Ella guardò e mi vide ritto al suo fianco sul medesimo regolo.
Quale origine del sogno, se non il tuo orecchiare al suo cuore, o bontà onnipotente,
che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare,
e di tutti come di ciascuno? [...]
Così proprio in quel sogno e molto tempo prima del vero fu predetto alla pia il gaudio
che avrebbe provato in un futuro lontano,
per consolarla dell’ansia che la struggeva al presente.
Passarono in seguito nove anni,
durante i quali io mi avvoltolai in quel fango d’abisso e tenebre d’errore
ove ad ognuno dei molti tentativi che feci per risollevarmi,
più pesantemente mi abbattevo;
eppure quella vedova casta, pia e sobria,
quali tu le ami, dalla speranza, certo, resa ormai più alacre,
ma al pianto e ai gemiti non meno pronta,
persisteva a far lamento per me davanti a te in tutte le ore delle sue orazioni.
Le sue preghiere penetravano sino al tuo sguardo. (Agostino, Confessioni).

domenica 30 giugno 2013

l’annuncio dell’amore di Dio dovette essere necessariamente unito ai gesti storici di quell’amore; l’annuncio della vicinanza di Dio dovette essere unito al reale rendersi presente di Dio fra gli uomini

L’evangelizzatore deve seguire Gesù nel tradurre in opere la buona notizia.
Com’è noto (ed oggi enormemente valorizzato)
Gesù evangelizzò con parole e con azioni;
con predicazioni da un lato e con miracoli ed esorcismi dall’altro.
Questi ultimi non furono soltanto cose buone fatte da Gesù “oltre” a predicare,
ma cose richieste dal contenuto della sua predicazione,
e senza le quali la buona notizia sarebbe rimasta ancora una volta semplice promessa,
forse affine ai più profondi desideri degli uomini,
ma priva della forza sufficiente a rompere l’ambiguità storica di ogni promessa trascendentale.
Gesù volle porre bene in chiaro che
Dio aveva rotto definitivamente quella simmetria,
per cui egli poteva essere
salvezza o condanna,
padre amoroso o giudice implacabile,
vicinanza o allontanamento.
Perciò l’annuncio dell’amore di Dio
dovette essere necessariamente unito ai gesti storici di quell’amore;
l’annuncio della vicinanza di Dio
dovette essere unito al reale rendersi presente di Dio fra gli uomini.
“Passò facendo del bene” non è soltanto un sommario dell’azione etico-personale di Gesù,
ma anche un sommario del suo impegno di evangelizzazione.
L’evangelizzatore deve seguire Gesù in questo compiere il bene.
La parola dell’annuncio è già un fare,
ma essa deve anche essere coscientemente ordinata ad altre azioni,
attraverso le quali gli uomini possano recepire
che vi è davvero una buona notizia di Dio,
e che essa, in quanto di Dio, non è soltanto offerta,
ma anche efficace, capace di trasformare la miseria della realtà personale e storica.
(Jon Sobrino, Tracce per una nuova spiritualità).