sabato 28 agosto 2010

La verità è nuova perché si scopre a poco a poco e brilla in modo sempre diverso.

ALESSANDRO D’AVENIA

« Mi manca qualcuno che mi ricor­di in cosa credere, mi manca sentire qualcuno che creda nel bene ed è così triste non riuscire a credere nel bene a sedici anni». Così una lettrice del mio ro­manzo in una delle tante lettere che urla­no: a sedici anni si può ancora credere in ciò che serve a vivere felici?

C’è una stagione dell’esistenza che chia­miamo gioventù: una volta fuggita la rim­piangiamo come età dell’oro perduta e ri­trovata solo nel ricordo opportunamente edulcorato dalla memoria. I Greci lo ave­vano intuito drammaticamente con Tito­ne, mortale, che per unirsi alla dea Auro­ra riceve il dono dell’immortalità, ma di­mentica di chiedere quello dell’eterna gio­vinezza, sicché il dono ricevuto si trasfor­ma in beffa e condanna: una vecchiaia prolungata all’infinito.

Il dono da chiedere agli dei non è quello dell’immortalità, ma quello della giovi­nezza. Molte icone del nostro tempo han­no qualcosa in comune con Titone, nel di­sperato tentativo di fermare il tempo cer­cano l’immortalità dietro un’apparente e­terna giovinezza. Ma è solo questione di maquillage e le maschere prima o poi si staccano, lasciando la vita nuda e cruda a fare i conti con se stessa.

Troppo provvisoria è l’eterna giovinezza di una cultura dimentica del fatto che l’uo­mo è spirito incarnato e si costringe a strappare in modo goffo i doni degli dei. Solo lo spirito ha la capacità di rimanere giovane, perché in quanto tale non può invecchiare. Di alcuni 'vecchi' diciamo che sono giovani: qualcosa brilla nei loro occhi nonostante l’età anagrafica; di al­cuni 'giovani' diciamo che sembrano vec­chi, perché qualcosa in loro si è spento. Non è certo l’aspetto fisico o il giovanili­smo peterpanesco a dare fondamento a questa impressione, ma lo spirito di que­ste persone. Cosa è allora questa giovinezza, vera im­mortalità, che tutti andiamo cercando e che lifting e chirurgia non sono capaci di restituirci? La giovinezza è – paradossal­mente – stabilità. È il periodo in cui cerca­re ciò che rimane stabile quando essa pas­sa, in cui fondare la propria vita su ciò per cui vale la pena spenderla. Solo la scoper­ta di questo fondamento stabile rende il giovane veramente tale e l’uomo eterna­mente giovane. Non sarà più una qualità della pelle, ma una qualità del cuore diffi­cilmente estirpabile, a 20 come a 80 anni.

Per questo sono nate le Giornate della gio­ventù: per aiutare i 'giovani' a scovare ciò che passa della loro età e ciò che invece re­sta stabile, e che in gioventù è cercato con slancio irripetibile, come una ferita aperta, una domanda vissuta nella carne, con tutti gli errori e i dubbi che la ricerca comporta.

Occorre quindi rivedere un concetto con­nesso: 'il nuovo'. I ragazzi cercano il nuo­vo. Ma il nuovo è ridotto a sinonimo di 'più recente', 'ultimo', parole che tradi­scono la vecchiaia di ciò a cui ci si riferi­sce, infatti presto arriverà qualcos’altro a cui aggrapparsi, perché meno vecchio. Il nuovo invece non è il meno vecchio, ma il più ricco e pieno: ciò che non smette di dare qualcosa di sé. Solo ciò che dà più di sé a ogni incontro è sempre nuovo: spiri­to inesauribile. Omero, Dante, Shake­speare sono nuovi perché hanno sempre qualcosa da dare. L’amore è nuovo perché l’amato è inesauribile. La verità è nuova perché si scopre a poco a poco e brilla in modo sempre diverso.

Agli dei occorre chiedere il dono giusto. I ragazzi che si affollano attorno al 'vec­chio' Papa cristiano, in una sintonia tra generazioni più unica che rara, non cer­cano la cosa all’ultimo grido, ma la rispo­sta definitiva al grido ultimo del cuore: per cosa posso io vivere per essere felice? Esi­stono un amore, una bellezza, una verità stabili e sempre nuovi? Capaci di rendere giovane, eternamente giovane e piena, la mia vita a qualunque età?

Alla sete inestinguibile di immortalità, non lenita da ciò che è più nuovo e recente, ri­spondono parole vecchie e misteriose che difficilmente uomini o dei provvisori pos­sono pronunciare: «Ecco vedi io faccio nuove tutte le cose» (Ap. 21,5).

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