lunedì 16 gennaio 2017

Un pericolo tutt’altro che superato.

“Vino nuovi in otri nuovi!”:
il pericolo da cui Gesù ci mette in guardia
è quello di ridurre la fede a un pezzo di panno nuovo su un vestito che rimane vecchio.

Un pericolo tutt’altro che superato.

Continuiamo
ad aggiungere cose nella vita personale e comunitaria,
continuiamo
a inventarne altre ma dentro un modello, un impianto e un programma per lo più vecchio.

Si può essere praticanti senza fede,
si può fare la carità senza amore,
si può essere gelosi dei dogmi senza assaporarne la verità.
Vuol dire che a dominare è la lettera (“la lettera uccide, lo Spirito da vita”),
la legge, che di volta in volta prende il volto
del formalismo, della ripetizione sterile, della disciplina tutta esteriore.
In questo modo si finisce per essere
persone che patiscono e fanno patire una noia mortale,
persone vecchie incapaci di aprirsi alle continue invenzioni di Dio nella storia degli uomini
e perciò l’obbligo è quello di deplorare ogni novità.
Il Signore non ci vuole collezionisti di otri vecchi
ma uomini e donne che continuamente si rivestono
di quell’abito nuovo che è Gesù Cristo!

Lunedì della II settimana del T.O. Antonio Savone

domenica 15 gennaio 2017

la tristezza, invisibile agli occhi che non siano bagnati di lacrime,

La tristezza è un’esperienza di vita che conosce fino in fondo
solo chi la viva negli abissi della propria anima,
 e che ci rende fragili e indifesi:
immergendoci nelle speranze recise, nelle nostre e in quelle degli altri,
e facendoci crudelmente soffrire.
Quando la tristezza,
invisibile agli occhi che non siano bagnati di lacrime,
vive nella nostra anima,
ogni nostra sicurezza viene meno,
 e inutilmente andiamo alla ricerca degli abituali punti di riferimento,
che si frantumano.
Come ogni forma di vita incrinata dalla fragilità,
la tristezza è facilmente ferita
dalla solitudine e dall’abbandono,
dalla noncuranza e dall’indifferenza,
e le ferite che ne sgorgano,
non sempre si cicatrizzano:
lasciando dietro di sé scie inestinguibili di un dolore
che si trasforma talora in sventura,
quella che è stata mirabilmente descritta da Simone Weil.
Eugenio Borgna

sabato 14 gennaio 2017

ricercare le orme della gioia, della sua stremata fragilità, nei volti e negli occhi, nel sorriso e negli sguardi di chiunque incontriamo in vita

Cosa ci dice, infine, la gioia in ordine al senso della vita: al destino che è in noi?
La gioia ci dice forse che,
nella condizione umana, è radicata la possibilità di ritrovare un senso nella vita
anche quando essa sia oscurata dalle spine inesorabili
dell’indifferenza e della noncuranza,
dell’egoismo e dell’aggressività,
e anche della violenza e della morte.
La gioia è un destino insondabile che consente di intravedere la luce
anche nelle tenebre dei campi di concentramento,
quando la grazia, il mistero della grazia, sia nella nostra anima.
Ma a noi, a ciascuno di noi, è demandato il compito di ricercare le orme della gioia,
della sua stremata fragilità,
nei volti e negli occhi,
nel sorriso e negli sguardi di chiunque incontriamo in vita.
Non la inaridiamo con la nostra gelida disattenzione.
Eugenio Borgna

venerdì 13 gennaio 2017

un’arcana nostalgia di infinito

Ma la gioia testimonia di un’arcana nostalgia di infinito,
di un infinito che non si spegne nemmeno nelle condizioni di straziato dolore e di quotidiana attesa della morte;
come sono state quelle vissute da Etty Hillesum a Westerbork, il campo di concentramento olandese nel quale è stata confinata dal 1941 al 1943:
nell’attesa, come è avvenuto, di essere mandata
a morire ad Auschwitz con i genitori e con Mischa, uno dei suoi due fratelli
(ma anche Jaap, sopravvissuto ad Auschwitz, moriva mentre tornava in Olanda).
La gioia, una gioia di inesprimibile tenerezza,
rinasce in Etty Hillesum con parole che non si possono citare se non con il cuore in gola:
«Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte, sí, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è cosí».
Eugenio Borgna

giovedì 12 gennaio 2017

un’emozione che nasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno

La gioia come immagine del cuore,
e il cuore come immagine della gioia:
l’una e l’altra cosí fragili.
Certo, se volessi aggiungere qualcosa alle straordinarie considerazioni rilkiane,
potrei soltanto dire che

la gioia è un’emozione che nasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno, e recupera le sorgenti intatte del nostro aprirsi agli altri:
nella dedizione e nella solidarietà.

La gioia è un’emozione luminosa
che è causata da qualcosa non di esteriore ma di interiore:
è quasi una fontana che sgorga dagli abissi della nostra interiorità.

La gioia è un’emozione friabile e fragilissima, sí,
come la stella del mattino
che si intravede un attimo, e poi scompare fra la notte e l’alba:
come la rosa che,
in una bellissima poesia di Malherbe,
fiorisce e poi muore nello spazio di un mattino.

La gioia è un’emozione di indescrivibile leggerezza
che ci fa riflettere fino in fondo sul mistero della condizione umana:
sulla sua estrema fragilità che resiste nondimeno alle situazioni dolorose della vita:
quando nasca, e cosí è sempre, dal cuore.

La gioia è un’emozione impalpabile e fuggitiva,
e non è facile raggiungerla e trattenerla.
Sguscia fra le dita, e tuttavia come coda di cometa continua a vivere in noi:
nella nostra memoria, e nel nostro cuore.
Eugenio Borgna

mercoledì 11 gennaio 2017

Le emozioni fragili, come le virtú deboli, hanno in sé le stimmate lucenti e dolorose dell’umanità ferita


Ci sono emozioni fragili, certo, ma ci sono anche virtú fragili, virtú deboli, 
come la gentilezza e la mansuetudine, 
l’innocenza e la modestia, 
la mitezza e la tenerezza; 
e come non richiamarmi, a questo riguardo, alle considerazioni di Norberto Bobbio 
in un suo bellissimo libro dedicato all’elogio della mitezza? 
«Chiamo “deboli” queste virtú 
non perché le consideri inferiori o meno utili e nobili, e quindi meno apprezzabili, 
ma perché caratterizzano quell’altra parte della società 
dove stanno 
gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani, 
coloro che muoiono senza lasciare altro segno del loro passaggio su questa terra che una croce con nome e data in un cimitero, coloro di cui gli storici non si occupano perché non fanno storia, 
sono una storia diversa, con la s minuscola, 
la storia sommersa o meglio ancora la non-storia 
(ma da qualche anno si comincia a parlare di una microstoria contrapposta alla macrostoria, e chi sa che nella microstoria ci sia un posto anche per loro)».

Le emozioni fragili, come le virtú deboli, 
hanno in sé le stimmate lucenti e dolorose dell’umanità ferita, 
ed è questa a renderle cosí umane e cosí arcane.
Eugenio Borgna

martedì 10 gennaio 2017

sono fragili alcune delle emozioni piú significative della vita.

Le emozioni fragili.
Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtú forti e virtú deboli, e sono fragili alcune delle emozioni piú significative della vita.

Quali emozioni si possono considerare fragili, e in cosa consiste la loro fragilità?
Sono fragili
la tristezza e la timidezza,
la speranza e l’inquietudine,
la gioia e il dolore dell’anima,
l’amicizia e le lacrime,
che sono intessute di fragilità e che,
se non fossero fragili,
perderebbero immediatamente
la loro significazione umana e il loro fulgore emozionale.
Le emozioni fragili si scheggiano e si frantumano facilmente:
non resistono all’avanzata dei ghiacciai
della noncuranza e dell’indifferenza,
delle tecnologie trionfanti e degli idoli consumistici.
Ma cosa diverrebbe la speranza, se non fosse nutrita di fragilità e di fluida friabilità?
Non sarebbe se non una delle tante problematiche certezze che,
nella loro impenetrabilità al dubbio e all’incertezza,
svuotano di senso la vita.
Eugenio Bogna